Nel primo articolo ho raccontato due storie di emigrazione ossolana — gli spazzacamini della Val Vigezzo e la nascita, tutta vigezzina, dell’Acqua di Colonia — insieme alla vicenda, molto più dura, dei bambini nascosti nei bauli delle automobili per raggiungere in Svizzera i padri, lavoratori stagionali. Oggi racconto la storia cruciale su cui è costruito il tema della terza edizione del contest “Mondo in Valigia”: quella che, nel regolamento ufficiale, chiamiamo “il legame con le istituzioni europee”. E qui il filo che lega le valigie di cartone ai trattati di Bruxelles non è simbolico. È diretto, documentato, scritto negli atti.
Uomini contro carbone
Bisogna partire dal 1946. L’Italia esce dalla guerra con un’economia in ginocchio e un disperato bisogno di energia; il Belgio ha le miniere ma non abbastanza braccia per farle funzionare. Nasce così l’accordo italo-belga passato alla storia come “Uomini contro carbone”: Roma si impegna a inviare manodopera nelle miniere belghe, Bruxelles in cambio garantisce forniture di carbone all’Italia. Nei mesi successivi partono migliaia di lavoratori, molti dalle nostre valli, con un contratto in tasca e la promessa — non sempre mantenuta — di condizioni dignitose.
È una migrazione organizzata Stato contro Stato, non spontanea come quella degli spazzacamini vigezzini di due secoli prima. E arriva anni prima che chiunque parlasse di Comunità europea: nel 1946 la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, la CECA, non esiste ancora — nascerà solo nel 1951, proprio a partire dalla necessità di mettere in comune, tra ex nemici, la gestione di carbone e acciaio. In un certo senso, l’accordo italo-belga anticipa nella pratica quotidiana dei minatori quello che l’Europa avrebbe poi formalizzato nei trattati: la circolazione di lavoratori da un paese all’altro come condizione per la ricostruzione comune.
8 agosto 1956
Quegli uomini finiscono a lavorare, per lo più, nelle miniere di Charleroi e Liegi, nel bacino minerario vallone. Uno dei pozzi si chiama Bois du Cazier, a Marcinelle.
L’8 agosto 1956, poco dopo le otto del mattino, un carrello che sale rimane incastrato con uno che scende. Un cavo si spezza, tranciando tubature dell’olio e cavi elettrici ad alta tensione a più di mille metri di profondità: scoppia un incendio che si propaga rapidissimo nelle gallerie sature di grisù (gas naturale prevalentemente composto da metano). Servono giorni per domare le fiamme e settimane per recuperare tutti i corpi. Il bilancio finale è di 262 minatori morti. 136 sono italiani — moltissimi, tra loro, partiti pochi mesi o pochi anni prima con la stessa valigia di cartone dei loro antenati peltrai, spazzacamini ecc.
Da allora, ogni 8 agosto l’Italia celebra la “Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo”, istituita proprio in memoria delle vittime di Marcinelle e di tutti i lavoratori italiani morti all’estero. Quest’anno, il 2026, è caduto un anniversario pesante: settant’anni dal disastro, venticinquesima edizione della Giornata. Il pozzo del Bois du Cazier, dal 2012, è patrimonio dell’umanità UNESCO, insieme agli altri grandi siti minerari della Vallonia: non più una miniera attiva, ma un luogo di memoria che ogni anno riceve scolaresche, delegazioni, discendenti di quei minatori — un ponte, ancora oggi, tra il Belgio e le comunità italiane da cui quegli uomini erano partiti.
Marcinelle non è un incidente qualunque. È una ferita che l’Italia e il Belgio sentono insieme, e che scuote profondamente l’opinione pubblica europea in un momento in cui, a Bruxelles e nelle altre capitali, si sta discutendo proprio di come costruire qualcosa di più solido della CECA: una comunità economica più ampia, capace di garantire — tra le altre cose — che lavoratori come quelli morti nel Bois du Cazier non fossero più semplice manodopera di scambio tra Stati, ma cittadini con diritti riconosciuti ovunque nella nuova comunità.
Da una miniera a un trattato
L’anno successivo, il 25 marzo 1957, viene firmato a Roma il trattato istitutivo della Comunità Economica Europea (CEE). Tra i principi fondanti che il Trattato di Roma fissa c’è la libera circolazione dei lavoratori: il diritto di un cittadino di uno Stato membro di cercare e svolgere un impiego in un altro Stato membro, senza essere trattato da straniero. È una delle quattro libertà su cui, ancora oggi, si regge il mercato unico europeo — insieme alla libera circolazione di merci, servizi e capitali.
Ci vorranno altri undici anni perché quel principio diventi pienamente operativo: nel 1968 il Regolamento CEE n. 1612 lo rende concretamente applicabile, garantendo a ogni cittadino della Comunità il diritto effettivo di lavorare in un altro Stato membro alle stesse condizioni dei lavoratori nazionali, con la propria famiglia, senza permessi speciali né discriminazioni. Quello che agli operai italiani delle miniere belghe era stato negato in partenza — la parità di trattamento, la sicurezza, spesso la stessa possibilità di portare con sé moglie e figli — diventa, poco più di dieci anni dopo Marcinelle, un diritto scritto nero su bianco per tutti i cittadini della Comunità.
Non voglio dire che il Trattato di Roma sia “nato” a Marcinelle: sarebbe una semplificazione che i tanti negoziati diplomatici dell’epoca non meritano. Ma è storicamente onesto dire che quella tragedia ha pesato sul dibattito politico dell’epoca, ha reso più urgente e più condivisa l’idea che l’Europa dovesse tutelare chi la costruiva materialmente con il proprio lavoro. Dietro un articolo di un regolamento comunitario, dietro una sigla come “CEE 1612/1968”, ci sono un mestiere, una miniera, 136 nomi italiani incisi su una lapide a Marcinelle. Raccontare quei nomi significa raccontare anche la nascita concreta delle istituzioni europee — non nei manuali di diritto, ma nella vita di chi le ha, di fatto, rese necessarie.
Come partecipare a “Mondo in Valigia”
Sono queste — la libertà negata e poi conquistata dei minatori di Marcinelle, o quella dei bambini costretti a nascondersi in un baule per raggiungere il padre in Svizzera — alcune storie da cui è nato il tema della terza edizione del contest “Mondo in Valigia”: “Primi cittadini d’Europa”: mestieri, viaggi e storie degli emigrati che hanno costruito l’Europa prima delle sue istituzioni.
Il contest è organizzato dall’Associazione Culturale Giovan Pietro Vanni di Borgomezzavalle (frazione Viganella), in collaborazione con Italea Piemonte, con il partner scientifico CREA (Centro Ricerche Etno Antropologiche) di Siena ed il patrocinio della Commissione Pari Opportunità di Regione Piemonte. È aperto a scuole di ogni ordine e grado ed agenzie formative, con lavori di gruppo o individuali, e a singoli partecipanti; la partecipazione è completamente gratuita. L’elaborato può prendere qualsiasi forma valida per raccontare una storia: collage di immagini, video, interviste, racconti scritti, raccolte audio. L’invito è cercare, negli archivi delle proprie famiglie e delle proprie comunità, le tracce di chi è partito — mettendole in dialogo, se si vuole, con l’esperienza di chi oggi arriva in Italia e in Europa in cerca di lavoro e di una nuova casa.
A tutte le scuole partecipanti sarà riconosciuto un premio di partecipazione, con cerimonie di premiazione tra aprile e maggio 2027.
Il contest sarà presentato ufficialmente domenica 6 settembre alle ore 17:00, presso la chiesa parrocchiale di Viganella (VB): un’occasione per conoscere da vicino il regolamento, portare le prime domande e, per chi insegna, cominciare a immaginare con la propria classe da dove far partire la ricerca. Vi aspetto e vi lascio la locandina come promemoria.
Se questa storia ti ha colpito, scrivimelo nei commenti: mi interessa sapere cosa ne pensi, e se conosci altre vicende simili.
Come di consueto, se ritieni utile questo tipo di contenuti ti invito ad iscriverti alla newsletter: è facile e gratuito. Alla prossima!




