Nella mia versione del Grand Tour del Lago d’Orta la seconda tappa parte da qui, non da Ameno come vorrebbe l’itinerario ufficiale — quel pezzo l’ho già raccontato nella prima puntata che trovate su youtube. Da Omegna a Ornavasso sono circa venti chilometri, un misto di asfalto, mulattiere e strade bianche che attraversano quattro secoli di storia industriale, un castello raso al suolo, due necropoli e una faglia che separa due continenti. Nel video ho raccontato tutto questo con il fiato un po’ corto di chi cammina e parla insieme. Qui ho lo spazio per tornarci con calma.
Omegna: il Forum e il ferro che diventò design
Il primo punto fermo è il Forum di Omegna, il centro che quasi tutti conoscono per il Museo del Casalingo. È nato nel 1998 con fondi europei, su impulso dell’amministrazione comunale, dentro il guscio della vecchia ferriera Cobianchi: un impianto fondato nel 1857 da Vittorio Cobianchi che, ai tempi d’oro, dava lavoro a centinaia di persone e fondeva ghisa negli altiforni fino a diventare il principale polo industriale della zona. Una curiosità che vale la deviazione: il ferro lavorato a Omegna servì anche per la ricostruzione del campanile di San Marco a Venezia, crollato nel 1902. La produzione andò avanti fino al 1967, la fabbrica chiuse del tutto nei primi anni Ottanta.
Tra il 1996 e il 1998 nasce il progetto architettonico importante, curato da Atelier Mendini : è da lì che arriva quella “faccina” che si vede in cima alla “cupola” della struttura, firma riconoscibile del linguaggio di Alessandro Mendini, che per tutta la carriera ha “umanizzato” architetture e oggetti con volti e forme sorridenti. Dentro, la nuova sala Mokka racconta un’altra storia industriale, quella della caffettiera più famosa d’Italia: Alfonso Bialetti la brevetta nel 1933, ma è il figlio Renato a trasformarla da produzione quasi artigianale (circa mille pezzi l’anno) a fenomeno di massa, dal 1946 in poi. Nel 1953 il disegnatore Paul Campani crea l’omino con i baffi ispirandosi proprio ai baffi di Renato Bialetti, e con Carosello, dal 1957, quel personaggio entra in ogni casa italiana. Oggi la Moka è nelle collezioni del MoMA di New York ed è stata tra i simboli di Expo Milano 2015.
Dietro il Forum, dove di solito non punta nessuna macchina fotografica, ci sono ancora le tramogge, usate per buttare dentro il ferro di scarto, arrugginito, che veniva rifuso e trasformato in chiodi e parigine. E c’è la ciminiera arancione, oggi sede di antenne per la telefonia mobile ma un tempo il vero e proprio camino dell’altoforno Cobianchi: è rimasta lì come simbolo dell’eredità industriale della città.
La Nigoglia, il fiume che sale
Subito dietro la biblioteca di Omegna scorre la Nigoglia, il canale che ha reso famosa la città per un motivo geografico più che turistico: è l’unico emissario del Lago d’Orta e, invece di scendere verso sud come farebbe qualsiasi corso d’acqua “normale”, risale verso nord, confluisce nello Strona e poi nel Toce fino al Lago Maggiore.
Da questa stranezza è nato un detto dialettale che gli omegnesi ripetono ancora con un certo orgoglio: “La Niguja la va in su e la legg la femm nu”, cioè “la Nigoglia va a nord e la legge la facciamo noi”. Non è solo folklore: racconta l’indipendenza storica di una città che non ha mai voluto legarsi né alla Riviera d’Orta né alla provincia di Novara.
La mulattiera verso il Castrum Gravellonae
Da qui il percorso lascia l’asfalto e sale verso Granerolo, poi imbocca la mulattiera vecchia che porta al Castrum Gravellonae, conosciuto anche come Castello del Motto: una delle aree archeologiche più interessanti di tutto il Verbano-Cusio-Ossola, per questo ripetutamente ricordo a chi cammina di non toccare nulla — tutto ciò che si trova in un’area archeologica è patrimonio dello Stato, cercare reperti con il metal detector è reato.
Il castello sorgeva su un’altura rocciosa di 325 metri sul livello del mare, in posizione perfetta per controllare tutta la valle dello Strona fino all’imbocco della Val d’Ossola: prima ancora di essere un castello era quasi certamente una torre di avvistamento. Se ne parla già in una pergamena del 1028, e nel 1190 risulta appartenere ai figli di Manfredo de Castello, alleati di Vercelli. Le indagini più recenti collocano la sua distruzione tra la fine del Duecento e l’inizio del Trecento: la tecnica, mi raccontano gli archeologi, era quella di appiccare il fuoco al tetto in legno, farlo crollare, e poi smontare le pietre angolari trainandole con cavalli o uomini, per riusarle altrove — tanto che oggi diversi muretti e fondamenta della zona sono fatti con le pietre del castello.
Gli scavi veri e propri sono relativamente recenti: tra il 2014 e il 2015 la Cattedra di Archeologia Cristiana e Medievale dell’Università di Torino, con la Soprintendenza, ha fatto ripulitura e rilievi; nel 2016 e nel 2017 sono seguite due campagne di scavo su un’area di 100 metri quadrati, che hanno documentato tre fasi costruttive tra XI e XIII secolo. L’edificio principale, inizialmente un magazzino del XII secolo, fu probabilmente riconvertito ad attività artigianali nel secolo successivo.
Felice Pattaroni, l’uomo che ha riportato alla luce Gravellona
Prima ancora dell’Università di Torino, però, c’è stato Felice Pattaroni. Tornato dall’Argentina con problemi di salute che lo costrinsero a fermarsi, iniziò tra il 1954 e il 1959 le campagne di scavo che portarono alla luce la necropoli di Pedemonte: oltre 120 sepolture, usate dal V secolo a.C. fino al IV secolo d.C. inoltrato, che raccontano il passaggio di questa comunità da celtica a pienamente romanizzata, con i riti funerari che cambiano nel tempo — dall’inumazione iniziale alla cremazione in epoca romana, fino a un ritorno all’inumazione nella tarda antichità. Fu una delle scoperte più importanti dell’archeologia locale, e la casa di Pattaroni — il primo edificio dopo il ponte, quello con la facciata in pietra a vista — è oggi l’Antiquarium di Gravellona Toce.
L’ Associazione Archeologica Culturale “Felice Pattaroni”, nata nel 1994, porta ancora avanti quel lavoro: cura il minimuseo di Corso Sempione, con reperti etnografici, fotografici e mineralogici, e organizza visite e incontri nelle scuole. Il prossimo 26 e 27 settembre, insieme alla scuola di panificatori e pasticceri di VCO Formazione, terremo aperto l’Antiquarium: se passate da quelle parti in quei giorni, fermatevi.
Verso Ornavasso: un frassino secolare, una chiesa e un cannone
Attraversata Gravellona Toce — vale la deviazione verso via Roma per vedere il mini museo — si esce dalla città passando sotto il cavalcavia dell’autostrada e si arriva a Ornavasso dal campo sportivo. Prima del cannone di Migiandone, che sarà la vera meta di questo tratto, incontro un frassino secolare riconosciuto, censito tra i beni della flora monumentale che la Regione tutela e manutiene, e la chiesa di San Bernardo, un piccolo oratorio seicentesco (un inventario del 1666 ne certifica già l’arredo) che fino al 1963 era il punto di arrivo delle rogazioni, le processioni con cui si benediceva la campagna per propiziare il raccolto.
Il santo a cui è dedicata è San Bernardo di Mentone, detto anche San Bernardo di Aosta, vissuto nell’XI secolo: fu lui, intorno al 1050, a far costruire gli ospizi sui valichi del Gran San Bernardo e del Piccolo San Bernardo per assistere viandanti e pellegrini in transito sulle Alpi — da qui il patronato sugli alpinisti e sui montanari, proclamato ufficialmente da Pio XI nel 1923. Nell’iconografia tradizionale viene spesso raffigurato mentre doma o incatena il diavolo ai suoi piedi, quasi a simboleggiare la conquista di un passaggio alpino temuto e pericoloso. È una figura che sta bene in compagnia di altri “santi cacciatori di mostri” della tradizione popolare: Santa Marta che doma la Tarasca, o — restando proprio sul Lago d’Orta — San Giulio e il suo drago.
Il cannone di Migiandone, invece, è tutta un’altra epoca: un pezzo contraereo italiano della Seconda Guerra Mondiale, il modello 90/53, collocato il 7 settembre 1996 per gli ottant’anni della Linea Cadorna e dedicato alla memoria di Ambrogio Ripamonti, storico punto di riferimento degli Alpini di Ornavasso. Da bambini, come mi raccontava Paolo Crosa Lenz, i ragazzi del paese lo usavano come bersaglio immaginario per i loro giochi, puntandolo verso Migiandone o verso Ornavasso. La Linea Cadorna che sale da qui — la percorreremo nella prossima tappa — fu costruita in fretta e furia a partire dal 1915 e completata nell’agosto 1916, per fronteggiare un’invasione temuta da nord attraverso il territorio svizzero: settantadue chilometri di trincee, ottantotto postazioni di artiglieria, oltre centocinque milioni di lire di spesa. Quell’attacco non arrivò mai, e sulla linea non fu sparato un colpo durante la Grande Guerra. Trovò un impiego reale solo nel settembre 1943, quando alcuni tratti furono usati dai partigiani come avamposti per bloccare la ritirata dei tedeschi.
La necropoli leponzia e Enrico Bianchetti
Il parcheggio in cui si chiude questa tappa non è un parcheggio qualunque: è la zona di Impersona, uno dei due nuclei della necropoli leponzia di Ornavasso, l’altro è appunto San Bernardo. Insieme restituirono 345 tombe — 180 a San Bernardo, 165 a Impersona — databili tra il II secolo a.C. e il I secolo d.C., quando i Leponzi, popolazione alpina della zona, erano già in pieno contatto con la cultura romana. A scoprirle, quasi sessant’anni prima di Pattaroni, fu Enrico Bianchetti (1834-1894): domese, figlio di un medico e sindaco, personaggio poliedrico — archeologo, storico, fotografo, letterato — e consigliere provinciale proprio per il mandamento di Ornavasso. Nel 1890, durante lavori ferroviari, riemersero le prime tombe; Bianchetti ottenne le autorizzazioni necessarie e condusse gli scavi fino al 1893, prima a San Bernardo poi a Impersona. La precisione con cui documentò e fotografò i reperti fece scalpore nell’ambiente scientifico europeo dell’epoca. Quella collezione, esposta prima in casa sua, è oggi conservata nella sezione archeologica a lui dedicata al Museo del Paesaggio di Verbania.
Non è un caso che proprio da Ornavasso, dove era nato, Felice Pattaroni abbia iniziato ad appassionarsi all’archeologia prima di dedicarsi al Castrum Gravellonae. E non è finita: negli ultimi anni l’Università di Milano ha condotto nuove indagini nell’area di Impersona, ormai boscata, mentre un’università austriaca vi ha eseguito carotaggi e rilievi geofisici per studiare come si comporta la crosta terrestre in questo punto — un punto, a quanto pare, geologicamente molto simile a Campello Monti.
Dove si incontrano due continenti
E qui il racconto, per una volta, esce dall’archeologia e finisce sotto terra sul serio. La zona tra Ornavasso e Campello Monti fa parte della cosiddetta Zona Ivrea-Verbano, un’unità geologica che corre da Ivrea fino oltre il Lago Maggiore e conserva rocce che risalgono al Permiano, oltre 250 milioni di anni fa. Si è formata nel lungo processo di collisione tra la placca europea e quella africana (o meglio, il promontorio dell’Adria, il suo margine più settentrionale): un processo iniziato nel Giurassico, circa 180 milioni di anni fa, con l’apertura di un antico oceano, e concluso nell’Oligocene, 30 milioni di anni fa, con la vera e propria collisione. La linea insubrica segna proprio la sutura di questo scontro, il punto di contatto tra i terreni di origine africana e quelli alpini: attraversa tutta la catena alpina e qui, sotto i nostri piedi, passa non lontano da dove camminiamo. È un modo semplice — lo so, semplifico, e qualche geologo storcerà il naso — per dire che un pezzo d’Italia è, letteralmente, un pezzo d’Africa. Ed è proprio questa stratificazione geologica, sovrapposta nel tempo, ad aiutare gli archeologi a datare con più precisione i reperti trovati a diverse profondità.
Finisce qui, in un parcheggio che è anche un sito sacro, la seconda tappa del mio Grand Tour del Lago d’Orta: venti chilometri, tredici e ventuno quando ho spento la telecamera. Nella prossima saliremo lungo la Linea Cadorna. Se questa puntata vi è piaciuta, il percorso con altimetria e tutti i dettagli relativi alla traccia GPS la trovate su Komoot
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Per approfondire:
Il “lago ribelle”, un “lago al contrario” — Tracce di Meraviglie
Assoc. Archeologica Culturale “Felice Pattaroni” — Comune di Gravellona Toce
Cannone contraereo mod. 90/53 sulla Linea Cadorna — Pietre della Memoria
Oratorio di San Bernardo, Ornavasso — Beni Culturali Abbandonati
La struttura delle Alpi, la Zona Ivrea-Verbano — francorossi.geologo




