Il 6 settembre, a Viganella, abbiamo aperto ufficialmente la terza edizione di “Mondo in Valigia”. Non è la solita presentazione di un contest scolastico: quest’anno il tema è “I primi cittadini d’Europa” e la domanda di fondo che ci siamo posti, io e l’antropologo Luca Ciurleo, è semplice da dire e complicata da digerire: e se l’Unione Europea non fosse nata nei trattati di Bruxelles, ma nelle valigie di chi ha attraversato le Alpi molto prima che esistesse un passaporto europeo?
per chi vuole vedere la presentazione ufficiale ecco il link al video:
Parto da una frase che ci hanno ripetuto tutti fin da bambini: le Alpi sono un confine naturale che separa l’Italia da Francia, Svizzera e Austria. Luca Ciurleo l’ha smontata pezzo per pezzo. Per secoli le Alpi non hanno diviso niente: hanno unito. Un artigiano di montagna aveva più a che fare con chi stava dall’altra parte del passo che con chi stava a Torino. Tra il Seicento e l’Ottocento, quando i valichi si chiudevano d’inverno, dalle valli scendevano verso la Provenza i maestri itineranti — uomini alfabetizzati che si offrivano come precettori alle famiglie, si riconoscevano dalle piume sul cappello a seconda del sapere che vantavano, e firmavano contratti da novembre a Pasqua. Altro che montanari ignoranti in fuga dalla fame: gli analfabeti stavano in città, non sulle Alpi.
È quando l’Ottocento ha tracciato i confini di stato sulle creste che le cose sono cambiate. Non per creare una barriera insormontabile, ma — paradossalmente — per aprire corridoi preferenziali: la Galleria del Sempione, la ferrovia delle Centovalli, la Vigezzina. Si disegna un confine e, nello stesso gesto, si costruisce la via per superarlo. Perché la Svizzera aveva bisogno della manodopera italiana, e l’Italia aveva bisogno di mandarla.
Da qui in avanti la storia smette di essere folklore alpino e diventa il retroscena poco raccontato della cittadinanza europea. Quando l’Italia e il Belgio firmano l’accordo del 1946 per scambiare uomini con carbone, ogni stato tutela i propri cittadini fino al confine — e poi più nulla. È un sistema di tutele unilaterali, che si spezza l’8 agosto 1956 a Marcinelle, quando la miniera del Bois du Cazier uccide 262 minatori, 136 dei quali italiani. L’anno dopo, a Roma, si firma il trattato che istituisce la Comunità Economica Europea (CEE). Non è un caso: prima si accorgono che le persone si muovono senza diritti che le seguano oltre confine, poi arrivano le regole per proteggerle. Prima le persone, poi le regole — è la frase che ripeto spesso quando racconto questo lavoro, ed è anche il filo conduttore dell’edizione di quest’anno.
Lo stesso schema si ripete con l’accordo degli “stagionali” in Svizzera: nove mesi di lavoro, visite mediche ai confini come un vero e proprio rito di passaggio, e il divieto di portare con sé la famiglia. Chi lo aggirava nascondeva i figli nei bagagliai delle auto per farli attraversare il confine di nascosto. Ci sono voluti decenni — fino al Trattato di Maastricht del 1992 — perché la libera circolazione delle persone, famiglie comprese, diventasse un diritto scritto e non una tolleranza precaria.
C’è poi un secondo livello della storia, quello di cui ci ha parlato Caterina Agus, antropologa e referente del CREA, partner scientifico di questo progetto. Quando un emigrante parte non porta con sé solo la forza lavoro. Porta — e riporta — tre tipi di “rimessa”. La più conosciuta è quella economica: i soldi che tornavano a casa e costruivano abitazioni, terreni, studi per i figli. Meno raccontata è la rimessa sociale: nuovi modi di organizzare il lavoro, nuovi modelli educativi, nuove forme di autonomia femminile, che tornavano in valle insieme a chi era partito. E infine, quella che secondo Caterina riguarda più da vicino la generazione di oggi: la rimessa di conoscenza. Una lingua, un metodo, una rete di relazioni che uno studente Erasmus riporta a casa non è poi così diversa dai saperi che un emigrante di inizio Novecento portava indietro con sé. È la stessa storia, raccontata da un secolo di distanza.
Ed è esattamente questo il cuore di “Mondo in Valigia”: non celebrare la nostalgia della valigia di cartone, ma mostrare alle scuole che quella storia è la radice diretta della cittadinanza europea che i ragazzi vivono oggi come scontata — un Erasmus, un tirocinio all’estero, una laurea che vale in tutta Europa. Diritti che qualcuno, con la valigia in mano, ha pagato prima ancora che esistessero.
Il contest è aperto da oggi a tutte le scuole di ogni ordine e grado del Piemonte, con scadenza il 26 marzo 2027, e lascia libertà totale sulla forma: un tema, un rap, un manifesto. Per chi insegna e vuole portare questi temi in classe, Luca Ciurleo, Caterina Agus ed io abbiamo preparato materiali e approfondimenti pensati proprio come base di partenza per il lavoro degli studenti — li trovate qui:
https://drive.google.com/drive/folders/1GXKh700UjAwxu-TmwCL_tSGZXwzVKdBl
In più, potete leggere sul mio substack altri due articoli pubblicati nelle settimane precedenti veli lascio come ulteriore spunto di approfondimento:
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