C’è una chiesetta a Rosarolo, due passi sopra Forno, in Valle Strona. Si chiama Madonna del Sacchetto. Piccola con il tetto in pietra, se ne trovano a decine lungo le mulattiere del VCO — eppure ogni volta che ci passo davanti mi fermo un momento in più del necessario. Perché quel nome, “del Sacchetto”, non è un vezzo devozionale. È un oggetto reale, quotidiano, che per secoli i nostri emigranti si sono portati dietro varcando il crinale: il sacchetto degli attrezzi, il sacchetto del poco che si poteva mettere in spalla, il sacchetto — a volte — che conteneva tutto ciò che un uomo o un ragazzo possedeva al momento di partire.
Ho scelto quella chiesetta come immagine per iniziare a raccontare la terza edizione di “Mondo in Valigia” perché dice, meglio di qualsiasi introduzione, il tema di quest’anno: “Primi cittadini d’Europa”. Prima che esistessero i trattati, le istituzioni, le bandiere blu con le stelle, in queste valli l’Europa la si attraversava già, a piedi, con un sacchetto in spalla. E la si costruiva, senza saperlo, mestiere dopo mestiere.
Un ragazzino, un camino, un continente
Per due secoli, dal Seicento all’Ottocento, la Valle Vigezzo ha fornito all’Europa gli spazzacamini, spesso composta da bambini. Questi giovani partivano da Santa Maria Maggiore e dai paesi limitrofi per raggiungere destinazioni come Francia e Svizzera, e a volte anche più lontano, dove si arrampicavano nelle canne fumarie delle case altrui. Si trattava di un mestiere estremamente duro, che richiedeva corpi minuti scelti appositamente per entrare in spazi inaccessibili agli adulti. Oggi, Santa Maria Maggiore ospita il Museo dello Spazzacamino e, ogni anno ai primi di settembre si festeggia il raduno degli spazzacamini con più di mille delegazioni provenienti da tutto il mondo. Un tributo a questi giovani lavoratori che sono stati, in senso letterale, tra i primi italiani a muoversi con continuità attraverso i confini di quella che oggi chiamiamo Europa.
Ma la Val Vigezzo ha anche un’altra storia, meno cupa e altrettanto europea, che mi piace raccontare. A Crana, frazione di Santa Maria Maggiore, intorno al 1660 nasce Giovanni Paolo Feminis. Ancora giovanissimo emigra, come tanti vigezzini, verso la Germania: nel 1693 lo troviamo già stabilito a Colonia, dove mette a punto una preparazione profumata a base di erbe e agrumi che chiama “Aqua Mirabilis” — acqua meravigliosa. A sostenerlo, economicamente e nell’attività, c’è un conterraneo, anche lui nato a Santa Maria Maggiore: Giovanni Maria Farina. Sarà proprio la famiglia Farina, generazione dopo generazione, a trasformare quella formula vigezzina in un prodotto che porta ancora oggi il nome di una città europea in ogni angolo del mondo: l’Acqua di Colonia. Ci vorranno più di duecento anni — e un tribunale imperiale tedesco, nel 1907 — perché venga riconosciuto ufficialmente che l’inventore, in fondo, era un ragazzo partito da una valle laterale dell’Ossola con nient’altro che la sua intuizione.
Spazzacamini e profumieri: due mestieri lontanissimi tra loro, ma un’unica radice. Gente che ha attraversato l’Europa prima che l’Europa avesse un nome istituzionale, portando con sé un fagotto al cui interno c’erano tutti loro averi, e lasciando dietro di sé musei, marchi, tracce che oggi raccontiamo come patrimonio identitario. È esattamente il filo che il contest chiede a scuole e famiglie di andare a cercare nei propri archivi: mestieri, viaggi, storie di chi ha costruito ponti tra i paesi europei prima che qualcuno li chiamasse “istituzioni”.
Il baule, molto più vicino a noi
C’è però una seconda storia che voglio raccontare in questo articolo, più vicina a noi nel tempo e molto più dura da leggere. Non riguarda spazzacamini o profumieri, ma i figli dei nostri stagionali in Svizzera nel secondo dopoguerra — e riguarda ancora un container di viaggio: non più il sacchetto della Madonna di Rosarolo, ma un baule: il bagagliaio di un’automobile.
Dal 1931 la Svizzera regolava l’immigrazione di lavoro con lo statuto dello “stagionale”, il celebre permesso A: un permesso pensato per restare sul territorio solo per la durata della stagione lavorativa, con un vincolo esplicito e durissimo — il divieto di ricongiungimento familiare. Un padre poteva lavorare in una fabbrica, in un cantiere, in miniera; non poteva portare con sé moglie e figli. Tra il 1945 e il 2002 la Svizzera ha rilasciato oltre sei milioni di questi permessi, in gran parte a lavoratori italiani, insieme a jugoslavi, spagnoli e portoghesi.
Molte famiglie, semplicemente, non hanno accettato quella separazione. E allora i bambini hanno attraversato il confine come potevano: nascostianche in nel bagagliai di auto. Una volta arrivati, restavano nascosti in soffitta o in cantina, per mesi, a volte per anni: non potevano uscire, non potevano andare a scuola, non potevano giocare all’aperto. Le regole che venivano imposte loro, secondo le testimonianze raccolte da chi ha studiato questo fenomeno, si riassumevano in tre divieti semplici e spietati: non ridere, non piangere, non far rumore. Si stima che tra il 1950 e il 1980 siano entrati in Svizzera clandestinamente, in questo modo, tra i 15 e i 30 mila bambini. Se scoperti, rischiavano l’espulsione dell’intera famiglia. Quando, con mille cautele, a partire dal 1990, riuscivano davvero a varcare la porta di un’aula scolastica, venivano annotati sui registri non con l’inchiostro, ma a matita: bastava poco per farli sparire di nuovo, sulla carta come nella realtà.
Questo statuto — e con esso quella condizione di invisibilità amministrativa — non è finito per una legge svizzera di buon senso o per un’intesa bilaterale tra Italia e Svizzera, ma per un accordo europeo: l’Accordo sulla libera circolazione delle persone tra la Svizzera e l’Unione Europea, entrato in vigore nel 2002, che ha abolito definitivamente lo statuto di stagionale e con esso il divieto di ricongiungimento familiare. È bastata l’estensione di un principio che l’Unione Europea aveva già maturato al proprio interno — la libertà per un cittadino europeo di vivere con la propria famiglia dove lavora — perché migliaia di ragazzi smettessero, letteralmente, di dover essere segnati a matita. Anche questa, a modo suo, è storia delle istituzioni europee: non nasce sempre nelle aule di un trattato, a volte si misura nella vita quotidiana di un bambino che finalmente può comparire, scritto con l’inchiostro, su un registro.
L’appuntamento
Sono queste le due Europe che “Mondo in Valigia” vuole mettere in dialogo quest’anno: quella costruita, senza saperlo, da spazzacamini e profumieri partiti con un sacchetto in spalla; e quella conquistata, molto più tardi, da bambini che hanno dovuto nascondersi in un baule per avere il diritto di esistere accanto al proprio padre.
Sono due storie minime, in apparenza. Ma è proprio da lì — dalla fatica di chi portava in salita un sacchetto di attrezzi, dalla paura di un bambino chiuso in un bagagliaio, dallo sfruttamento subito da chi lavorava senza contratto, senza tutele, spesso senza nemmeno un nome per l’anagrafe del paese che lo ospitava — che nasce, pezzo dopo pezzo, quell’insieme di valori su cui oggi si fonda l’Unione Europea: la dignità del lavoro, la libertà di muoversi e di restare, il diritto di una famiglia a stare insieme, l’uguaglianza tra chi nasce cittadino di un posto e chi lo diventa attraversando un confine. Diremmo oggi “mobilità intra-europea”; allora si chiamava semplicemente partire, e quasi mai era una scelta libera.
Nei libri si racconta la Storia con la S maiuscola: quella che si scrive per trattati, regolamenti, articoli numerati — il Trattato di Roma, il Regolamento CEE 1612 del 1968, le direttive che oggi diamo per scontate. Ma dietro ogni articolo di quella Storia c’è sempre una storia più piccola, con la esse minuscola: un nome, un mestiere, un sacchetto, un baule. È la storia di chi quei valori li ha vissuti — e spesso pagati — per primo, sulla propria pelle, prima ancora che qualcuno li scrivesse su una carta intestata. Le due cose non sono parallele: sono la stessa vicenda vista da due altezze diverse. La Storia dà forma istituzionale a ciò che la storia degli emigrati aveva già reso necessario, giorno dopo giorno, fatica dopo fatica. Ed è per questo che andare a cercare, nei propri archivi di famiglia, un sacchetto o un baule non è un esercizio di nostalgia: è andare a vedere da vicino dove affondano davvero le radici dei grandi valori europei.
Due storie diverse, un’unica domanda di fondo:
chi sono stati, davvero, i primi cittadini d’Europa?
Ne parleremo — insieme a insegnanti, famiglie e a tutti quelli che vorranno esserci — domenica 6 settembre alle ore 17:00, presso la chiesa parrocchiale di Viganella (VB), in occasione della presentazione ufficiale della terza edizione del contest “Mondo in Valigia”. Sarà l’occasione per raccontare come funziona, a chi è rivolto, e come le scuole potranno partecipare.
Nel prossimo articolo racconterò la seconda storia cruciale che lega l’emigrazione italiana alla nascita concreta delle istituzioni europee: quella di Marcinelle, del carbone, e di un articolo di trattato scritto, in un certo senso, in una miniera del Belgio.
Se questa storia ti ha incuriosito — o se nella tua famiglia c'è un sacchetto, un baule, o un ricordo che vale la pena tirare fuori — scrivimelo nei commenti: mi interessa davvero leggerlo. E se non vuoi perderti storie come questa, iscriviti alla newsletter: arriva dritta in casella di posta, senza bisogno di ricordarsi di tornare qui.



