Mi presento... Samuel: bastian contrario!

Quarant’anni fa ho iniziato a camminare in una direzione che i grandi chiamavano “strana”. Io la chiamo, più semplicemente, la mia.

All’asilo parlavo in dialetto e le maestre si preoccupavano: “Parla strano”. Il giorno in cui dovevo colorare il viso della Madonna e mi era finito il rosa, scelsi il viola — il colore più solenne che avevo a disposizione. Risultato: genitori convocati d’urgenza. Nessuno allora poteva saperlo, ma quella è stata la prima lezione di un mestiere che avrei fatto per vivere trent’anni dopo:

ogni territorio, come ogni persona, ha un colore che non è mai quello previsto dal manuale.

Riconoscerlo — e difenderlo — resta il punto di partenza di tutto il lavoro che faccio oggi.

Alle elementari ero “il materasso del comune”: un compagno mi spinse contro un muro, trenta giorni di trauma cranico. In quell’occasione ho capito quanta fatica bisogna fare anche solo per tenere una cannuccia tra le labbra. La famiglia del responsabile mi mandò in regalo, per farsi perdonare, una moto giocattolo “full optional”. La rispedii al mittente, senza esitazione.

Non farsi comprare è rimasto un criterio operativo, non un principio astratto.

Vale per un compenso quanto per una narrazione territoriale confezionata per piacere invece che per essere vera.

Alle medie ho imparato, grazie agli insegnanti che hanno saputo vedere oltre l’etichetta di “ragazzo solitario”, che

la vertigine non è paura di cadere ma voglia di volare, e che c’è una bella differenza tra “lo faccio adesso” e “lo faccio subito”.

È la stessa differenza che, ancora oggi, separa un progetto territoriale scritto per convinzione da uno scritto per l’ennesima scadenza di bando.

Al liceo un’insegnante che si definiva “libera pensatrice” ripeteva che non sapevo scrivere. Mi sono rifugiato nella musica — flauto traverso, chitarra — imparando presto che

l’indipendenza di giudizio si allena, e talvolta si difende, anche quando dovrebbe essere chi ti forma a incoraggiarla.

All’università qualcosa si è messo definitivamente a fuoco. La tesi triennale sul marketing territoriale della Valle Strona, valle a nord-ovest di Omegna nella provincia del Verbano-Cusio-Ossola (una provincia unita - è ironico- dove ho il piacere, tutto sommato, di risiedere!) ha incontrato interesse accademico.

Grazie ad antropologi come Pier Carlo Grimaldi, Battista Saiu e a marketer di altissimo livello come Emanuele Gabardi, ho potuto lavorare per ben un anno e mezzo a contatto con nella magistrale, discutendo il lavoro sulla specificità montana, il Magnifico Rettore in persona ha provato a smontarlo davanti a tutti. Avrei potuto tacere. Non l’ho fatto — e da lì è partita, di fatto, la convinzione che porto ancora oggi nel lavoro di sviluppo territoriale: ogni territorio ha caratteristiche uniche, che nessun modello generico riesce a spiegare fino in fondo. Non è uno slogan da consulente: è la ragione per cui, di fronte a un “borgo tipico” o a un pacchetto turistico standardizzato, la mia prima reazione resta ostinatamente contraria.

Poi è arrivato un anno di studio matto e disperatissimo — corsi professionali, imprenditorialità — perché la curiosità, da sola, non basta: va allenata, verificata, messa alla prova.

Oggi, ogni mattina, mi guardo allo specchio e mi ripeto la stessa cosa da sempre: cerca di non dire troppe cavolate, e di non fare cose di cui dovrai pentirti. Perdono tutti, e a tutti chiedo perdono — probabilmente è l’unico modo per restare ostinati senza diventare rigidi.

Da oltre quindici anni ho fatto di questa attitudine un mestiere: leggo, racconto e costruisco progetti per i territori — soprattutto quelli di montagna — cercando sempre la specificità sotto l’etichetta, la storia vera sotto la narrazione comoda. Landexplorer è nato da lì.

Questa newsletter è il posto dove continuo a farlo, a voce alta, senza fretta.